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Giornate tematiche al liceo scientifico: idee originali che coinvolgono anche chi di solito resta in disparte

📅 23 Agosto 2026✍️ di Costanza Pellacani⏱️ 5 min di lettura

Quante volte ti è capitato di vedere lo stesso gruppo di ragazzi protagonista di ogni iniziativa scolastica, mentre altri rimangono sullo sfondo? Succede in quasi tutti i licei scientifici: le giornate tematiche diventano il palcoscenico dei soliti volti, quelli più estroversi o già naturalmente coinvolti. Ma cosa succederebbe se riuscissimo a capovolgere questa dinamica? Se trasformassimo questi momenti in occasioni reali di inclusione, dove anche chi tende a stare in disparte si sentirebbe protagonista? Non è una questione di buonismo: è una questione di equità scolastica e di come la scuola costruisce autostima nei ragazzi.

Perché le giornate tematiche tradizionali non bastano

Le giornate tematiche sono nate con un intento bellissimo: rompere la monotonia della didattica frontale, portare nella scuola temi che riguardano la realtà, coinvolgere gli studenti in modo attivo. Eppure, nel tempo, hanno finito spesso per riprodurre le stesse gerarchie che existono in classe. Gli studenti bravi e sicuri di sé si lanciano subito nelle attività, chi ha difficoltà o un carattere più timido aspetta dagli spalti.

Il rischio è trasformare questi momenti in vetrine dove solo alcuni brillano, mentre altri si sentono ancora più isolati. Come quando in palestra scopri che solo i più coordinati vengono scelti per la partita ufficiale, e gli altri rimangono seduti sul bordo. Non è un’esperienza che costruisce senso di appartenenza: anzi, lo mina.

La buona notizia? Esistono strategie concrete per progettare giornate tematiche che funzionano come veri motori di inclusione. E non serve complicarsi la vita: spesso basta cambiare il punto di vista sul come organizzarle.

Idee originali per coinvolgere davvero tutti

Iniziamo dalle format più collaudate, quelle che hanno funzionato davvero. Una delle più efficaci è il “rotational workshop”: immagina di trasformare l’aula magna in una serie di stazioni tematiche, ognuna con un ruolo diverso. Non ci sono “attori” e “spettatori”, ma percorsi paralleli dove ogni studente passa da postazioni dove si comporta diversamente. Chi è timido potrebbe iniziare da un ruolo più di osservazione e registrazione (raccogliere dati, documentare), mentre chi è naturalmente estroverso potrebbe partire da uno scambio dibattito. Dopo 20-30 minuti, ci si sposta. Il risultato? Tutti hanno toccato tutti i ruoli, nessuno è rimasto confinato nel ruolo che già occupava in classe.

Un’altra idea che funziona bene è il “peer teaching a coppie eterogenee”. Abbini consapevolmente studenti con profili diversi: uno con punti di forza nel pubblico speaking, uno che brilla nella riflessione scritta. Assegni loro un aspetto della tematica da approfondire insieme e poi da presentare. Non è che uno insegna e uno ascolta: è un dialogo dove ognuno porta la sua risorsa. Ho visto ragazzi che non prendevano mai la parola in classe diventare fondamentali in questa configurazione, perché trovavano uno spazio dove il loro modo di contribuire era riconosciuto come valore.

Poi c’è la dimensione del “tema scelto dal basso”. Anziché decidere tu quale tema affrontare, chiedi ai ragazzi. Non tutti, certo: ma crea una survey anonima dove possono votare tra opzioni diverse. Oppure, e questo è ancora più potente, lascia uno spazio per proposte. Vedrai che ragazzi che normalmente tacciono avranno idee interessanti. Quando gli studenti sentono che la loro voce ha davvero contato nella scelta, l’impegno cambia completamente.

Il ruolo fondamentale della Didattica inclusiva nella progettazione

Tutto questo rimanda a un principio di cui sento sempre più parlare nei centri per l’istruzione degli adulti dove ho insegnato per anni: la Didattica inclusiva non è un extra, è il nucleo di come pensare l’insegnamento. Significa che quando pianifichi una giornata tematica, non cominci dal tema, cominci dai ragazzi. Tutti i ragazzi.

Concretamente, cosa significa? Significa porsi domande come: “Chi potrebbe sentirsi escluso da questo formato?”. Il ragazzo con ansia sociale? Quello che ha difficoltà di linguaggio? Chi ha un background culturale diverso e potrebbe sentirsi straniero rispetto al contesto? Quello che ha un disturbo dell’attenzione e si annoia se rimane seduto a lungo passivo?

Una volta che hai individuato i potenziali ostacoli, li trasformi in opportunità. Se il formato standard è una presentazione frontale di 40 minuti, non basta “rendere obbligatoria la partecipazione”: serve re-immaginare il format stesso. Accorcia i tempi, aggiungi movimento, alterna il verbale con il visivo, crea spazi dove anche stare in silenzio è una forma di partecipazione legittima.

Strumenti pratici che funzionano veramente

Pensiamo concreto. Se organizzi una giornata sul tema “Sostenibilità e innovazione”, non fare solo dibattiti e video. Crea stazioni che soddisfino stili di apprendimento diversi: una zona di laboratorio hands-on dove si costruisce qualcosa, una zona di lettura e ricerca per chi ama approfondire sui testi, una zona di discussione strutturata dove ci sono domande guida, una zona creativa dove si disegna o si registra audio.

Oppure, se vuoi coinvolgere particolarmente gli studenti che tendono a restare in disparte, affida loro incarichi di responsabilità prima dell’evento: diventeranno loro i “referenti” di quella stazione. Cambiano completamente il loro coinvolgimento quando sentono di avere una responsabilità riconosciuta.

Un altro strumento semplicissimo ma potentissimo: il feedback strutturato. Dopo la giornata tematica, raccogli il parere di tutti in modo anonimo. Non solo “ti è piaciuto?” ma “come ti sei sentito?”, “cosa avresti preferito fare diversamente?”, “c’è stato un momento dove ti sei sentito protagonista?”. Leggendo le risposte capirai velocemente dove hai incluso e dove no. E soprattutto, i ragazzi capiranno che il loro parere conta davvero per come costruire le prossime iniziative.

Le giornate tematiche possono essere davvero trasformative, ma solo se smettono di essere spettacoli dove alcuni bruciano le luci e altri rimangono sullo sfondo. Quando le progetti pensando a come includere davvero tutti, quando dai a ogni studente un ruolo significativo e riconosciuto, è allora che cominci a costruire quello che davvero serve: una comunità scolastica dove ciascuno si sente di appartenere.

Costanza Pellacani

Costanza ha insegnato per anni nei centri per l’istruzione degli adulti, accompagnando molti ragazzi di origine straniera nel percorso scolastico italiano. Si concentra su inclusione, successi inaspettati e pari opportunità come leva per l’autostima degli studenti.

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